Per un salario giusto, non solo minimo

Personalmente mi ha fatto piacere sentire esponenti socialisti parlare di frontalieri e ammettere che in Ticino abbiamo un problema a questo riguardo. L’UDC lo dice orma da molti anni e forse da un partito che ha la parola «sociale» nel proprio nome ci si sarebbe aspettati una maggiore attenzione alla realtà sociale del cantone, ma meglio tardi che mai.

Tutti sono più che benvenuti a confrontarsi sul tema, indipendentemente dal credo o dalla fede politica. Quello che conta è dare risposte concrete ed efficaci alle esigenze e ai problemi della nostra gente. L’efficacia è però un punto molto delicato.

Gli interventi attuati finora hanno infatti dato risultati imbarazzanti. Il numero dei frontalieri è il più alto di sempre e così quello dei residenti senza una piena occupazione (disoccupati, sottoccupati, in assistenza, decaduti o esclusi dal diritto all’indennità, ma ancora senza lavoro).

Inoltre il salario minimo di cui oggi si parla tanto rischia, posizionandosi di molto al di sotto dell’attuale soglia media salariale in Ticino, di spingere verso il basso il salario medio degli attuali lavoratori residenti, quindi di peggiorare la situazione economica di quelle stesse persone che – in teoria – il provvedimento voleva aiutare.

Gli unici che certamente beneficerebbero di un simile provvedimento sarebbero i lavoratori frontalieri, ma con un ulteriore importante costo per le nostre aziende, le quali, messe a loro volta alle strette dalla globalizzazione, cercherebbero di mitigarne l’effetto sui propri bilanci assumendo sempre più frontalieri al posto dei più costosi residenti o offrendo salari più bassi.

Il risultato finale sarebbe un tessuto sociale cantonale sempre più povero e prospettive lavorative per i nostri giovani sempre meno brillanti. È una strada in discesa lungo la quale non dobbiamo andare.

Chi mi legge sa che non sono contrario ai frontalieri in quanto tali. Sono convinto infatti che un equilibrato e ragionevole livello di frontalieri sia utile all’economia del Ticino, ma la situazione è ormai sfuggita al controllo e non si può sperare di risolverla con mezze misure.

Serve un cambio di passo. Bisogna andare alla radice del problema: libera circolazione delle persone. Necessitiamo di provvedimenti seri e urgenti in maniera di libera circolazione, volti a porre un freno all’afflusso incontrollato di lavoratori non residenti in Svizzera, a cominciare proprio dalla prossima votazione del 17 maggio 2020 «Per un’immigrazione moderata».

Solo quando avremo attivato una forte, reale ed efficace preferenza indigenza, capace di mettere finalmente un freno all’entrata incontrollata di forza lavoro non residente in Ticino, potremo affrontare la fase successiva, non meno urgente o importante: una generale riorganizzazione del mercato del lavoro in Ticino, che tenga presente le esigenze di tutti, aziende e lavoratori, e che abbia un unico obbiettivo comune: lo sviluppo economico del Cantone nel suo complesso, senza lasciare nessuno indietro. E dico proprio nessuno. È più che un obiettivo: è un dovere nei confronti dei nostri giovani e di tutti coloro che non hanno ancora un lavoro.

Leonardo Bussi, membro di Comitato UDC Lugano Città

 

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